maschileplurale


Nell’aprile 2008 ho vissuto un’esperienza a Trama di terre, centro interculturale di donne migranti di Imola, con donne segnate da esperienze di violenza. In quelle giornate ho condiviso il quotidiano con loro. Ma soprattutto ho ascoltato le loro storie.

L’ultimo giorno ha coinciso con lo stupro e l’omicidio di Pippa Bacca a Istanbul.

L’esperienza a Trama di terre e la morte di Giuseppina hanno innescato il desiderio di restituire una voce a chi, per un qualunque motivo, la voce non ce l’ha. Ne è nato she’sa, che si sforza di raccontare storie di violenza senza indugiare nella violenza del racconto. Le successive vicende di cronaca che hanno costellato gli ultimi tempi o, meglio, il pesante battage mediatico sull’argomento sta riedificando i muri fra i due sessi ignorando, o forse no, che l’onda di sdegno che si sta generando andrà ancora una volta a infrangersi contro il corpo delle donne.

Questa, dunque, l’immagine pubblica: ancora una volta la donna come vittima, ancora una volta l’uomo come carnefice o giustiziere.

Ma cosa sentono gli uomini davanti a tutto questo? Quali sono le loro emozioni? Quali le parole che non possono dire?



Coming colors in the air
oh everywhere
she comes in colors

The Rolling Stones



Il progetto vorrebbe costruirsi intorno a tre parole chiave: bellezza, delicatezza, gioia. L’intento è contrapporsi a tutti i costi a questo “armiamoci e partite” pubblico e vergognoso che sta scatenando solo nuove guerriglie fra nuovi nemici: italiani contro stranieri, uomini contro donne, eteroidi contro omosessuali o diversamente abili di amare.

Per recuperare tutto ciò che rende il teatro prezioso e unico, ossia la capacità civile e del sogno, la potenza dell’insegnamento non-didattico e della condivisione. E dar voce alle emozioni degli uomini perché da ciò che accade e da come viene comunicato ne usciamo sconfitti tutti: le donne non possono esprimere i loro pensieri e gli uomini non possono esprimere le loro emozioni.


Lo spettacolo Le parole che non ho mai detto è una sorta di viaggio interiore dell’uomo, fra le sue proiezioni, le sue paure, le sue emozioni di riflesso ai modelli culturali “femminili” che la nostra società trasmette e impone. In scena però non ci sono donne, almeno non come “corpo”. Mentre il corpo presente emozionante ed emozionato è quello di un uomo, in dialogo tecnologico con la sua parte muta, con le sue proiezioni incarnate dalla tecnologia, vera e propria antagonista scenica. I cambiamenti del suo corpo in relazione alle sue proiezioni, che poi sono anche le nostre.

Il riferimento strutturale è la fiaba. Credo che niente nella nostra cultura riesca a trasmettere qualcosa con una simbologia così pulita, diretta e in totale assenza di retorica. Una struttura antica, collaudata, simbolicamente ordinata. In una tecnoveste, il videogame.

D’un tratto, da una dimensione scenica classica e rassicurante il protagonista si ritrova in rete, il suo corpo proiettato all’interno di un tecnocosmo in cui, speriamo, riesca a trovare strumenti nuovi di comunicazione e quindi di linguaggio del corpo.


Il processo di costruzione prevede il coinvolgimento di soggetti altri che non siano meramente “teatrali”. Infatti, la scrittura è in costruzione grazie al confronto con uomini di gruppi maschili di autocoscienza (www.maschileplurale.it) per una sorta di inchiesta sui sentimenti. Per porre in essere una creazione in cui donne e uomini lavorino fianco a fianco, finalmente. La prossima tappa, un “laboratorio per soli uomini” prevista a Milano il 18 aprile, darà il via agli scavi per un’archeologia dell’anima.